Category: Racconti

Zen2, ore 21,00

“Era da stamattina che non ce la fidavamo più. C’erano almeno 20 operai a lavorarci, cose mai viste. Conosciamo a memoria i colori di tutti i deserti del mondo e questo tappeto verde messo là in mezzo faceva impressione. Poi dai furgoni hanno cacciato fuori anche le porte e quello che avevo di lato ha detto: “I carn’arrizzanu”. Le hanno tirate su piaaano, leeenti, hanno usato pure la livella perchè la traversa e la linea di porta dovevano essere perfettamente parallele. La traversa, abituati che sopra le mani del portiere è fuori. Ultimi ritocchi: domani viene il sindaco ad inaugurare. Uno ad uno gli operai coi giubbottini fosforescenti se ne sono andati, via libera: “Fatta fu”. Ci perdonerete, domani stringeremo le mani al sindaco e agli assessori tutti ma noi dobbiamo attaccare d’urgenza. Siamo 150 su un campetto di calcio da 5 contro 5 ma che ce ne fotte: il più piccolo va in porta da un lato, il più pacchione in porta dall’altro, la palla fra i piedi ce l’hanno sempre gli stessi due, gli altri sudano, assicutano e buttano voci. Dopo le prime 6 ore no stop i primi si sono stancati, qualcuno si è fatto già male e la madre a casa gli ha dato il resto e i più piccoli si sono messi seduti a bordo campo, ora sembra una partita vera. Maracanà, Wembley, San Siro, meglio di tutti questi messi assieme è sta faccenda. Cala il sole e si accendono i pali della luce, pochi. Pubblico seduto sulle panchine e affacciato alle finestre, siamo in estate e domani scuola non ce n’è, si va ad oltranza e non si sa quando arriverà il “Chi segna vince”. È troppo bello e forse stasera ci scapuliamo cucchiaiate di legno o padri che ci portano di peso a casa, si gioca tutta la notte, senza fine, con la luce di qualche lampione sgangherato, sotto una luna gigante”.Maracanà

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Corsi di formazione, le 6 tipologie di compagno che odierai/amerai dopo una lezione

Ho provato vari tipi di formazione in vita mia, giuro. Sono partito dall’asilo (dove rimanevo per 5 ore attaccato alla ringhiera aspettando che mia nonna mi venisse a prelevare) e istituzionalmente arrivato quella universitaria, attraversando anche i mondi della formazione post-universitaria, approdando a quella professionale legata all’ordine al quale sono iscritto fino al mondo dei corsi a pagamento, di quelli che sulla carta valgono nulla ma sul bagaglio personale magari contano più di un corso di laurea. Sociologicamente proprio questi ultimi sono i casi in assoluto più interessanti che mi hanno portato, a volte più della lezione in sè, ad interessarmi delle classi con cui un docente è costretto a lavorare. Spesso le classi di un corso, specie quelli a pagamento, sono la cosa più “meltin’pot” che ti possa capitare nel quotidiano. Ci trovi di tutto e di più ma soprattutto ti trovi immerso in tutto quello che non vorresti mai trovare accanto a te come compagno di corso. L’esperienza mi porta ad elaborare la descrizione delle 6 tipologie di corsista che odierai/amerai dopo una lezione:

1) Il Sonnolento. Si divide solitamente in due sotto-categorie: il Residente e il “Non ha suonato la sveglia”.

1.1 Il residente è sempre lì, quando arrivi lui è già seduto in ultima fila, posto d’angolo in modo da potersi garantire un coma confortevole e duraturo, spesso incappucciato per evitare la temperatura fresca del muro sulla cervicale non prova vergogna nel russare o nel produrre calcinacci che solitamente colano dalle narici o vanno a disegnare gli angoli della bocca, quando vai via lui rimane lì come lo hai trovato la mattina.
1.2 Il “non ha suonato la sveglia” calcola di arrivare per il coffee break ma puntualmente questo non viene concesso dal docente di turno e quindi entra in media con due ore di ritardo. Nel tentativo di prendere posto mette a soqquadro una classe per riuscire a prendere quell’ultima sedia nascosta spesso causando contusioni al Paesano o alla Millantatrice. Come extrema ratio prende posto in prima fila ma si premura di indossare immediatamente gli occhiali da sole che aveva sollevato sopra la testa per entrare, salutare, e mostrare le occhiaie che rimandano solo a nefandezze della sera prima.

2) Il Paesano. Ha un livello di scolarizzazione pari a quello di Pacciani e dei suoi compagni di merende ma è l’ultimo di una generazione di gloriosi produttori di strutto di altissima qualità di un paesino dell’entroterra mai sentito prima. Non ha mai fatto nulla in vita sua se non tentare la laurea in ingegneria gestionale per migliorare la produttività della madre, delle 3 sorelle e delle svariate zie e cugine, tutte impiegate nell’azienda a conduzione familiare, reparto packaging. Non ha mai frequentato un minuto di lezioni sperperando i soldi che il padre gli aveva dato per l’iscrizione all’università in una sola notte di follia a base di alcool e transessuali. Si è iscritto al corso per portare l’attività nella new economy e per mostrare un attestato alla famiglia che organizzerà per lui una mangiata colossale in paese quando tornerà con in mano il prezioso pezzo di cartastraccia (tanto i parenti non sanno leggere).

3) La Millantatrice. Dice di avere 35 anni ma le rughe sul collo dicono 48, almeno. Lei ha fatto tutto nella vita, è indipendente, emancipata, imprenditrice di se stessa dopo che il lavoro dipendente l’ha scocciata 20 anni fa, provocante per lui un po’ lesbica per lei. In breve ti rendi conto che l’unica attività perpetrata negli ultimi decenni è quella di inseguitrice di mode costose garantite dalla famiglia o da un santo che l’ha sposata e la tiene a bada a furia di contanti. Stando ai suoi racconti è stata groupie negli anni 70′, sosia di Madonna negli anni 80′, broker negli anni 90′, attivista dei movimenti lgbt dal 2000, recentemente vegana. Se ti permetti di rivolgere una domanda al docente lei dalla prima fila torce il suo cranio in stile esorcista verso di te e ti risponde con una sequela di cazzate impressionanti sempre legate alle sue precedenti esperienze, il prof attende impazientemente la fine del teatrino prima di umiliarla per sempre con una risposta diametralmente opposta a ciò che lei ha appena detto. Dirà “Ecco, come dicevo io” e scapperà mezz’ora prima della fine della lezione, che termina alle 20,00, dicendo che deve andare a lavoro.

4) Il Fannullone. Papà gli ha pagato il corso, lui ha 20 anni e non ha alcun tipo di interesse per l’apprendimento ed il lavoro. Arriva senza nemmeno un foglio e una penna, si siede e fa finta di prendere appunti sull’Iphone perennemente aperto su Facebook sulla pagina di qualche fanciulla che si vuole bombare. E’ silente ed impaziente, attende la formula magica “Ci vediamo la prossima lezione” come un portiere di una squadra in zona retrocessione attende il triplice fischio finale dell’arbitro dopo aver resistito un match senza subire goal contro la candidata allo scudetto giocando in trasferta, festeggia la fine della giornata esultando in corridoio facendo l’aeroplanino. Retrocederà a fine stagione.

5) L’imprenditrice. Dopo sei o sette gravidanze è in depressione cronica e beve lexotan dalla fiaschetta. Il marito decide di inquadrarla nella sua azienda dandole una mansione di prestigio e se ne pente cinque minuti dopo quando lei è già diventata una avvenente cougar, scassapalle e arrivista. Tutti i dipendenti del marito (anche le donne) se la vorrebbero chiavare a sfreggio solo perchè lui con la sua inopinata scelta ha reso loro la vita impossibile. Dal giorno del suo insediamento non si fuma in ufficio, il badge si striscia in orario e gli straordinari non sono pagati. Frequenta tutti i corsi di formazione possibili inerenti alla sua azienda solo per dimostrare che i dipendenti rubano lo stipendio e lei “lo sa fare meglio”. Dopo due anni ha fatto licenziare l’80% dello staff ed il marito pur di frenarla decide di rimetterla incinta.

6) La Cornucopia. E’ la gioia di tutti i docenti ed organizzatori di corso, è il pollo da spennare. Si è iscritto per capire tutto e metterlo a servizio dei suoi progetti folli. Studia la materia prima che cominci il corso per non sembrare impreparato, è attivo durante la lezione, non chiede mai la pausa e se qualcuno la ottiene lui resta a parlare col prof, aiuta il docente a riparare il proiettore, si offre volontario per qualsiasi tipo di esperimento e poco prima della fine della giornata fa la classica domanda che gela lo studio lasciando intendere che per otto ore ha annuito senza capire assolutamente un cazzo. A fine corso comprerà degli altri corsi ma soprattutto consulenze pagate a peso d’oro ai docenti.

7 settembre 1893, “Cazzo! Noi possiamo far meglio”

“Una mattina di primavera del 1893 un gruppetto di marinai inglesi in porto da troppo tempo sbarcò a Genova con un pallone di cuoio rotondo e cominciò a prenderlo a calci. La zona dell’angiporto, come al solito, era piena di perdigiorno italiani che bevevano caffè, facevano apprezzamenti pesanti sulle donne, ed erano in cerca di tasche da alleggerire. Gli italiani rimasero a guardare per una quindicina di minuti i marinai che si lanciavano in pallone da una parte all’altra, poi si guardarono fra loro e dissero: “Cazzo! noi possiamo far meglio”. Era nato il calcio italiano”.

“Il Miracolo di Castel di Sangro” Joe McGinnis

Un, dos, tres…Quattrocanti! Una Storia con il Sud

La storia è appassionante: 40 bimbi che riescono a diventare un’orchestra in poco meno di due anni rappresentando alla perfezione quella che è la realtà palermitana. L’orchestra multiculturale Quattrocanti, infatti, è formata da bambini di ben otto nazionalità differenti. Un progetto che è stato sviluppato sotto il cappello de “Il genio di Palemo” un intervento finanziato da Fondazione con il Sud che recentemente ha aperto un contest per narrare una serie di progetti da Napoli in giù. Io, assieme a Vincenzo Pennino e Gabriele Tramontana, abbiamo voluto raccontare la storia dell’orchestra Quattrocanti. Cliccando su questo link in basso potrete guardare il video e, qualora vi fosse piaciuto, premere il tasto mi piace! Un, dos, tres…Quattrocanti!20140718-103338-38018369.jpg

Riparte il Giro di Sicilia anche se…certe cose non tornano

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Fra le vigne di Marsala, giugno 2012. Sfuriata finita da pochi minuti, la vittima è sempre la stessa: uno a caso che non era rimasto al suo posto o non aveva fatto ciò che gli era stato chiesto durante il giorno. Volto ancora rigido, è quasi l’ora di cena. Un uomo di certo meno elegante di Merlino rimesta come un mago la sua pozione dentro un enorme pentolone, è ricotta bollente, divina. Entra lui in sala, l’uomo della sfuriata con le rughe sempre un po’ troppo pronunciate sulla fronte per poter abbassare la guardia di fronte il chiaro segnale d’allarme: mi chiama. Remissivo mi avvicino con tatto, lui deciso mi afferra un braccio e cerca l’attenzione del mio orecchio che porgo senza resistenza alcuna, troppo pericoloso tentare di opporsi: “A ricotta cavura è bella ma a st’ura st’attento ca ti veni u scisuni”*. Incasso pacca sulla spalla e occhiolino, lui sta ridendo, io non recepirò il consiglio e passerò un inferno il giorno dopo. Ridendo, urlando, dannandosi o usando il sarcasmo, nel 99% dei casi, ma con possibile errore sulle percentuali dell’1%, Filippo Levatino diceva regolarmente la cosa giusta perchè era basata su un’esperienza che difficilmente è riscontrabile in altra forma umana riguardo l’organizzazione del Giro di Sicilia. Anche quest’anno si farà, ed il 5 giugno (il 4 la conferenza stampa) la solita carovana museale di auto storiche prenderà il via da Palermo e attraverserà tutta l’isola ma purtroppo, per il secondo anno, senza quella Fiat 1100 in testa alla carovana che, per la cronaca, quando non era “in servizio”, poteva volare oltre i 130 orari, giuro!

 

*”La ricotta calda è buonissima ma mangiata a quest’ora ti darà problemi intestinali”

“Perché è la squadra della mia città”

In coda facendo il biglietto per lo stadio: davanti a me padre tamil tiene per mano il figlio con cappellino rosanero in testa. “Venite spesso?” Chiedo. Il signore, un po’ imbarazzato, comincia a spiegarmi in italiano stentato che capita frequentemente di portare il figlio al Barbera anche se non sono abbonati. La pulce di non più di 8 anni prende la parola con un italiano spedito e dall’accento panormita e mi conferma che non era la prima volta. “Quindi sei tifoso del Palemo”…”Ceeerto” risponde strascicando la e per dare forza alla parola data. Lo sottopongo alla prova del 9. “E in serie A per chi tifi”, mi guarda strano e con la faccia da uomo mi fa: “Io tifo solo per il Palermo perché è la squadra della mia città”. In una frase distrugge la totalità dei tifosi palermitani non rosanero, azzera le chiacchiere sullo Ius Soli e mi fa venire voglia di portarmelo in trionfo sulle spalle per le strade.

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Il Festino raccontato da Gaetano Basile

Questo è un piccolo stralcio della mia tesi di laurea e nello specifico di un’intervista realizzata con lo storico palermitano Gaetano Basile. Parliamo di Festino, ecco qualche cenno storico.

“il Festino colpiva perché era l’ultima festa barocca europea, era uno spettacolo grandioso, itinerante, era una vera sfilata. Questo corteo che sfilava lentamente doveva proporre a tutti la ricchezza, la magnificenza e la munificenza del senato palermitano, allora a questa grande sfilata, partecipavano: tutta la nobiltà, tutti i militari, tutto il clero e finalmente sfilava questo carro barocco, un carro immenso. C’era un programma dettagliato del festino che teoricamente cambiava ogni anno, in realtà era sempre lo stesso. C’era il giorno dedicato alla corsa del cavalli riguardo alle quali non ne capisce niente nessuno, ed è molto divertente. C’è chi ha scritto, riguardo le corse, che si corre ma nessuno gioca e scommette, un altro inglese[1] invece ci informa che durante le corse si arrivano a giocare anche i bottoni delle camicie, chi aveva ragione? Si scommetteva alla grande.

Le prime sfilate della nobiltà erano a cavallo, sapere sfilare significava saper tenere a bada un cavallo, e quindi si poteva vedere la bravura del cavaliere in quelle occasioni, poi la cosa cadde in disuso perché addestrare un cavallo per sfilare era costosissimo e quindi si passò alle carrozze. Quelle sfilate a cavallo, le “carbacate”, erano anche un’occasione per mostrare bardature da infarto, argenti, ori, coralli, io possiedo uno sperone del Seicento, ma di quelli poveri. Una bardatura completa del cavallo fatta in corallo e rame, si trova a palazzo Abatellis, esposta una sola volta, rarissima e difficile da conservare.

Poi, la cosa che stupiva molto i viaggiatori erano i giochi d’artificio, erano completamente diversi da quelle di oggi. Si creava una struttura in legno e cartapesta che rappresentava l’assedio di Troia, oppure l’Etna in eruzione, si creava una montagna, alta anche 50 metri, tutta in cartapesta e legno, le si dava fuoco e cominciava l’eruzione con lava che scorreva e fumo il tutto fra botti e scintille, poi nell’Ottocento nacquero i cosiddetti trasparenti, erano dei giochi di fuoco che scoppiavano e mettevano in evidenza un disegno fatto su tela illuminata che poi bruciava tutta. Questi erano i giochi di fuoco di un tempo, incredibili. C’erano anche le battaglie navali che terminavano nell’incendio totale delle imbarcazioni dopo aver dato spettacolo con una finta battaglia. Oggi il gioco di fuoco è una cosa totalmente insulsa che non significa né rappresenta nulla, semplicemente una serie di botti che non danno nessuna immagine tradizionale. Prima il festino si faceva il 29 di giugno, che era il giorno in cui il saponaro[2], con la sua dichiarazione stabilì che le ossa trovate erano quelle di Santa Rosalia. I primi a festeggiare per grazia ricevuta furono i suoi vicini di casa. Lui abitava al Capo, via dei pannieri N° 14, c’e ancora la casa, ma è stata bombardata. Furono i Capioti i primi a festeggiare, poi la data si spostò a metà di luglio perché il comune non aveva un soldo. In quel periodo si doveva festeggiare: Santa Rosalia, il parto della regina ed un altro avvenimento, quindi si preferì accorpare il tutto e fare un’unica festa, così fu spostato al 14 luglio. Il festino durò, 9 giorni, 7 giorni, 5 giorni, 3 giorni, tutto in base a quanti soldi c’erano. Quando ci fu il vicerè Caracciolo, che da 5 giorni lo passò a 3, tutta la città fu coperta da scritte che dicevano “O festa o forca”. Quello capì l’antifona e ripassò a cinque giorni dopo che gli fu recapitata una testa di capretto tagliata, un’usanza che rimane sempre in voga. Il festino è una festa a cui i palermitani non partecipano, i palermitani dovrebbero da fare da spettatori e comparse, il palermitano verace non ci sta, il festino se lo fa nei vicoli e ogni tanto si dà “un’affacciata” sul Cassaro per vedere a che punto è arrivato il carro. Poi però, quando il corteo ha superato porta Felice, allora i palermitani si precipitano, perché è lì, fuori dalle mura della città, che il popolo si unisce al clero, alla nobiltà e ai militari per celebrare tutti assieme l’apoteosi costituita dal gioco di fuoco, ecco il concetto filosofico del festino. Stando lì si mangia, si beve, ci si ubriaca, e tutti sono felici e contenti”.


[1] Rev. Brian Hill: Parla delle scommesse durante il festino nel suo diario di viaggio, “Observations and remarks in a journey through Sicily and Calabria in 1791”, Ed. Stockdale, Londra, 1792.

[2] Vincenzo Bonelli: “Di professione saponaro, persa la moglie, uccisa dalla peste, decise di togliersi la vita sul Monte Pellegrino. Giunto sulla cima del monte, in prossimità della grotta, gli apparve una fanciulla in abito eremitico che, nel rincuorarlo, gli svelò come quella grotta fosse stata la sua dimora in vita e la sua sepoltura in morte. Secondo tradizione Santa Rosalia.